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Perché le storie che ci raccontiamo ci rovinano la vita

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Le ricerche dimostrano che le storie che ci raccontiamo sono alla base di vissuti di ansia e depressione.
Conoscere la loro origine e la loro funzione è la via per minimizzare l’impatto negativo che hanno sulle nostre vite.

 

Perch le storie che ci raccontiamo ci rovinano la vita“Le nostre credenze diventano i nostri pensieri. I nostri pensieri diventano le nostre parole. Le nostre parole diventano le nostre azioni. Le nostre azioni diventano le nostre abitudini. Le nostre abitudini diventano i nostri valori. I nostri valori diventano il nostro destino” – Mahatma Gandhi.

Le storie che ci raccontiamo, soprattutto quando lo facciamo in modo inconsapevole, possono influenzare profondamente chi siamo e ciò che proviamo Riconoscere le nostre storie e l’influenza che esse hanno su di noi è un punto di svolta nel cammino verso l’auto consapevolezza e la gestione di ansia e depressione. Ma discriminare tra ciò che noi siamo e le storie che ci raccontiamo può essere difficile, se non se ne comprendiamo l’origine.

Noi esseri umani siamo grandi narratori di storie. Organizziamo il nostro mondo interiore attraverso il linguaggio e passiamo molto tempo a dare un significato alle informazioni che ci arrivano, per poi usarlo per interpretare e anticipare le situazioni, le esperienze e i loro esiti. Le storie sono state utilizzate per milioni di anni dall’uomo per tramandare le conoscenze legate alla caccia, alla navigazione ma anche valori e tradizioni. Sono il fondamento della nostra identità, così come il nome che ci è stato dato quando siamo nati.

La prossima volta che rimarrete bloccati nel traffico o in coda, fermatevi un momento e prestate attenzione a ciò che accede nella vostra mente. Quasi sicuramente vi ritroverete immersi in una storia su un articolo che avete letto sul giornale, su cosa fare nel fine settimana, su una discussione che avete avuto con qualcuno di importante. E probabilmente, proprio mentre state leggendo queste righe, c’è ancora un’altra storia che vi gira per la mente. A dimostrazione del fatto che, per garantire la nostra sopravvivenza, la nostra mente è multitasking!

 

Come nascono le nostre storie?

Noi cominciamo a creare le nostre storie sin dal bambini. Jean Piaget, uno psicologo infantile noto per la sua teorie sullo sviluppo cognitivo del bambino, riteneva che i bambini sono come piccoli scienziati che conducono una serie infinita di esperimenti nel tentativo di dare un senso all’ambiente che li circonda. Trai 2 e i 7 anni, i bambini si trovano in quella fase che Piaget definisce “preoperativa”. Durante questa fase i bambini giocano ad interpretare diversi ruoli sui quali costruiscono e si raccontano storie complesse e dettagliate. Gli adulti fanno la stessa cosa, con l’unica differenza che queste storie, pur accadendo solo nella nostra testa, influenzano ciò che sentiamo e come ci comportiamo.

A tutti noi è capitato, durante la nostra infanzia o adolescenza, di essere etichettati in qualche modo: quello timido, quella ansiosa, quello pauroso, quella debole.

La maggior parte delle storie che ci creiamo relativamente alla nostra identità è caratterizzata infatti dal modo in cui veniamo percepiti dalle figure più significative della nostra infanzia (ad esempio genitori e insegnanti) e più il feedback che riceviamo da loro è forte, più indelebile diventerà la storia. Immaginiamo per un momento la situazione in cui un bambino viene duramente rimproverato per non eccellere in tutte le situazioni, o punito e ignorato perché mostra un lato vulnerabile di sé. È logico supporre che la storia che questo bambino costruirà su se stesso sarà caratterizzata da vissuti di inadeguatezza, paura o tristezza.

Una volta adolescenti e adulti, queste narrative personali si intrecciano saldamente all’idea che noi abbiamo di noi stessi e del mondo che ci circonda. Hanno inoltre un ruolo fondamentale nel tipo di esperienze che ricerchiamo, poiché è stato dimostrato che molto spesso noi tendiamo a ricercare quelle esperienze che confermano e rinforzano le nostre narrative personali. Una volta diventato adulto, quel bambino avrà probabilmente un maggior rischio di soffrire di ansia o depressione.

Fortunatamente non tutte le storie che ci raccontiamo sono dannose e irrisolvibili. Secondo l’esito di uno studio degli psicologi sociali Geoffrey Cohen e David Sherman, le narrative personali in cui percepiamo noi stessi come capaci, resilienti e in grado di superare le sfide hanno un impatto positivo sulla nostra salute psichica e fisica. Per contro le narrative in cui ci percepiamo inadeguati e indegni possono avere, a lungo termine, conseguenze dannose e sfociare a volte in disturbi d’ansia e di depressione. Come disse il noto psicologo Abraham Maslow “Se l’unico attrezzo che possediamo è un martello, tutto ci sembrerà un chiodo”. Più crediamo alle nostre storie, più esse avranno potere su di noi.

 

Perché le storie sono così importanti

Le nostre storie non nascono e non si sviluppano in un vuoto. Sono frutto di anni di interazioni sociali, alcune positive, altre negative. Numerose ricerche hanno dimostrato che gli esseri umani tendono a ricordare di più e in maggior dettaglio gli eventi dolorosi che quelli piacevoli, l’esempio più classico è quando ci ritroviamo a rimuginare su una critica, ignorando invece una lode o un complimento. Il linguaggio umano è un perfetto riflesso di questa tendenza. Alcuni studi hanno dimostrato che gli occidentali hanno una terminologia più complessa ed elaborata per descrivere le emozioni e le esperienze negative che quelle positive.

Perché le nostre narrative personali e le nostre storie sono così importanti? Perché ce le siamo raccontate così tante volte che una volta diventati adulti, queste storie sono incise nel nostro cervello. Sono apparentemente immodificabili e dominano i nostri vissuti emotivi. Siamo così attaccati ai contenuti di queste storie che spesso non siamo più in grado di vederle per quello che sono, ovvero solo delle storie. Il fatto che siano così profondamente legate alla nostra identità, ci rende particolarmente vulnerabili a esse, soprattutto quando ci sentiamo stressati, in ansia, impauriti.

 

Diventare consapevoli delle nostre storie

Anche se le nostre storie influenzano così tanto le nostre percezioni e le nostre reazioni , non siamo destinati ad esserne schiavi.

Se cominciamo a prestare attenzione al nostro chiacchierio mentale, scopriremo che le storie che ci raccontiamo sembrano infinite. E’ così che funziona la nostra mente: un incessante flusso di pensieri. Fare un passo indietro rispetto a questo incessante chiacchiericcio e guardare ad esso obiettivamente, limitandoci a notarlo, come fosse un racconto che ci viene fatto da qualcun’altro, è il primo passo da fare se vogliamo liberarci dalla loro influenza.

Potremmo ad esempio chiederci:

  • Da dove viene questa storia?
  • E’ la mia storia o di qualcun altro?
  • Questa storia dice il vero su di me?
  • Questa storia ha un ruolo nel mantenere la mia ansia o la mia depressione?
  • Voglio continuare a vivere questa storia o è ora di scriverne una nuova?

La strategia più efficace per riscrivere le nostre storie personali è osservare i nostri pensieri in modo obiettivo e non giudicante, senza dare per scontata la veridicità del loro contenuto. Ma soprattutto è importante ricordare che noi non siamo le nostre storie e che non siamo definiti da esse. Le nostre narrative personali sono solo parte dell’infinito flusso di pensieri che attraversa continuamente la nostre mente. Sono parte dell’essere umani. Spetta a noi diventare consapevoli delle nostre storie e decidere se continuare a viverle oppure riscriverne di nuove.

 

Fonti:

 Geoffrey L. Cohen and David K. Sherman, The Psychology of Change: Self-Affirmation and Social Psychological Intervention, Annual Rewiev of Psychology (gennaio 2014)

 Grace Bullock, Mindful Relationships: Seven Skills for Succes - Integrating the science of mind, body and brain - Handspring Publishing

                                                                                                                                                            

 La psicoterapia basata su Mindfulness e Acceptance and Commitment Therapy è uno strumento fondamentale per apprendere un modo alternativo di gestire ansia e depressione.
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Dott.ssa Carlotta Cristiani psicologa psicoterapeuta cognitivo comportamentale di terza generazione (psicoterapia basata sulla Mindfulness e Acceptance and Commitment Therapy) a Bologna. Sostegno psicologico e percorsi di psicoterapia individuale finalizzati alla gestione di ansia e depressione.

                                                                                                                                                                                                           

 


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