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Imparare a soffrire: perché non riconoscere la nostra sofferenza può peggiorare le cose e come la psicoterapia può aiutarci

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Capita spesso che chi decide di iniziare una psicoterapia abbia in mente un obiettivo speciale: conseguire uno stato quasi perfetto di felicità e caratterizzato dalla totale assenza di sofferenza.
Del resto, lo stesso Freud affermava che lo scopo dell’analisi era quello di aiutare i suoi pazienti a superare “l’infelicità nevrotica” così da poter godere di una “normale infelicità umana”.

 

 Dott.ssa Carlotta Cristiani - Psicologa Bologna - Imparare a soffrire 01Molti di noi infatti ricercano una “scorciatoia” per evitare il dolore insito nella vita di tutti noi: la perdita di una persona cara, il declino fisico, la possibilità di fallire in qualcosa a cui teniamo, l’impossibilità della perfezione assoluta, la frustrazione causata dal non poter ottenere tutto ciò che vogliamo.

Anche chi si rivolge allo psicologo nutre spesso la fantasia che la psicoterapia possa renderlo immune da questa “normale infelicità umana”, in altre parole dai dolori e dalle paure che fanno parte dell’essere vivi. Desiderio del tutto comprensibile… tuttavia quando cominciamo a esigere da noi stessi, o dal nostro psicologo, una condizione di totale assenza di quelle situazioni dolorose che inevitabilmente tutti dobbiamo affrontare, siamo destinati a perseguire un obiettivo impossibile e potenzialmente autodistruttivo.

 Quando ci rifiutiamo di affrontare il fatto che stiamo soffrendo per qualcosa mettiamo a rischio il rapporto con la realtà che ci circonda. Ma quali sono le conseguenze di nutrire la fantasia di essere immuni alla sofferenza o che una vita perfetta è caratterizzata dalla assenza totale di dolore?

E che cosa accade in psicoterapia quando esigiamo da noi stessi o dal nostro psicoterapeuta l’aspettativa magica di rendere la nostra vita ciò che non può essere, ovvero perfetta?

Ma in che modo ci rifiutiamo di soffrire?

Se la sofferenza è insita nella vita di ognuno di noi, quali sono i modi in cui cerchiamo di evitarlo?
In vari modi ma la maggior parte di essi sono basati su quel meccanismo di difesa che in psicologia è definito negazione.


Consideriamo la seguente vignetta in cui un cane che dice “Va tutto bene!” mentre sorseggia caffè e la stanza intorno a lui va a fuoco.

Dott.ssa Carlotta Cristiani - Psicologa Bologna - Imparare a soffrire 02La sua reazione è profondamente umana ed è per questo che la troviamo divertente. Anche noi abbiamo la capacità di evitare di vedere cose che ci provocano dolore o paura, di sforzarci di non provare sensazioni spiacevoli o dolorose, o di “disfare” la nostra realtà attraverso la negazione.

Grazie alla negazione, la nostra casa potrebbe andare a fuoco e noi non ne sentiremmo l’impatto emotivo.

 La negazione può assumere diverse forme nei nostri sforzi per evitare la sofferenza: possiamo negare di amare qualcuno per timore di poterlo perdere; ritenere che ciò che proviamo noi non sia così importante per non soffrire quando veniamo maltrattati o negare l’umanità delle altre persone per non sentirci in colpa quando facciamo loro del male. In casi estremi possiamo anche negare che la vita sia reale, per non dover affrontare la sofferenza che essa inevitabilmente comporta.

 Noi esseri umani infatti siamo molto abili a negare e spesso lo facciamo in modo inconsapevole e auto automatico. Ma qual è il prezzo che paghiamo quando non affrontiamo la realtà?

 Cosa accade quando non ascoltiamo ciò che proviamo , neghiamo la realtà che ci circonda e ci rifiutiamo di sentire? Sicuramente avvertiamo uno stato di distacco estremamente piacevole se non addirittura un senso di perfezione che può essere così rassicurante da fare sì che potremmo continuare a “negare” per molto molto tempo.

 Ma come il cane del fumetto, anche se continuiamo a negarlo, la casa continua a bruciare intorno noi. Negare una perdita o evitare a ogni costo il dolore che ne consegue non rende la perdita meno reale; negare che soffriamo quando qualcuno ci fa del male, non annullerà il trattamento crudele a cui veniamo sottoposti, ma al contrario, farà di noi vittime perfette. Negare che la nostra vita è reale e importante ed evitare tutte quelle sensazioni ad essa legate ci lascerà senza una direzione, incapaci di stare a contatto con i nostri più autentici desideri.

 Così come bruciarsi una mano col fuoco ci insegna ad essere più prudenti la volta successiva, quando ci rifiutiamo di soffrire diventa per noi impossibile imparare dall’esperienza. Se non sento la pungente sensazione di dolore quando qualcuno mi fa del male, come posso apprezzare l’importanza di stabilire un confine che mi protegga? Se nego il dolore che provo prendendomela con me stesso, come posso imparare ad apprezzarmi e a difendermi?

 Se non ci apriamo all’esperienza di sentire appieno, anche e soprattutto le sensazioni spiacevoli, non impareremo mai le “regole” della vita reale, i limiti insiti nell’essere umani, i costi e i benefici delle nostre azioni e rimarremo quindi sorpresi e spiazzati quando ci ritroveremo a fare sempre le stesse cose, senza imparare dalle conseguenze dei nostri comportamenti e ottenendo sempre lo stesso risultato.

Ma dunque soffrire è inevitabile?

Dalla fine di una relazione importante al dire addio a una persona cara quando muore, la sofferenza emotiva è connaturata al fatto di essere umani. Possiamo anche negare il dolore di queste esperienze attraverso la negazione ma non per questo esse spariranno.

 Ma non sempre il soffrire è inevitabile. Noi esseri umani siamo bravissimi nel procurarci ulteriori sofferenze, in aggiunta a quelle inevitabili. Paradossalmente uno dei principali modi in cui lo facciamo è proprio negando ciò che proviamo in determinate situazioni:

-          se faccio uso di droghe o alcol per non sentire il dolore di una perdita invece che rimanere a contatto con quel dolore, non faccio altro che crearmi un’ulteriore sofferenza diventando dipendente da quelle sostanze.

-          se dico a me stesso “Sto bene” quando il mio partner mi fa del male, negare questa sofferenza aggiungerà ulteriore sofferenza facendomi restare legato a una relazione dannosa

-          se non riconosco di soffrire quando non mi prendo cura di me stesso, non sentirò la spinta a cambiare e probabilmente aumenterò la mia sofferenza mentre continuo a farmi del male.

Come la psicoterapia può aiutarci quando neghiamo il nostro dolore

Naturalmente quando decidiamo di evitare di provare stati d’animo spiacevoli non è certo nostra intenzione incrementare la nostra sofferenza, tuttavia questo è proprio ciò che accade.
E le conseguenze, benché non volute, dell’evitare di stare a contatto con la sofferenza che inevitabilmente la vita ci procura spingono molti di noi a rivolgersi allo psicologo.

Quando intraprendiamo una psicoterapia impariamo a smettere di evitare e di negare per poter, in tal modo, entrare in contatto con ciò che proviamo realmente. Tuttavia il percorso per conoscere noi stessi e le nostre sensazioni può, come tutti i processi di cambiamento, essere doloroso. Per poter cambiare, dovremo stare a contatto con parti di noi che preferiremmo evitare.

 Ma cosa succede quando il nostro impulso ad evitare emerge in psicoterapia?

Il nostro desiderio di negare o ignorare la sofferenza a cui inevitabilmente la vita ci mette davanti può spingerci a chiedere al nostro psicologo di “insegnarci” alcune “tecniche” o darci consigli nella speranza che esista una magia o un mantra che ci permetta di evitare l’inevitabile o che ci renda insensibili al dolore. A volte preferiamo la fantasia di poter apprendere dall’esperienza dello psicoterapeuta piuttosto che “sentire” in prima persona. Possiamo fargli domande a cui non esiste ancora risposta , nella speranza di evitare l’incertezza di non sapere o di impegnarci in prima persona nella ricerca di quella risposta. Possiamo assumere un ruolo passivo, nella speranza che sarà il nostro psicoterapeuta a cambiarci, ed evitare così l’inevitabile sofferenza insita nel processo di cambiamento. E la lista potrebbe andare avanti all’infinito.

 Tuttavia, quando siamo pronti, una psicoterapia efficace ci aiuterà ad affrontare, senza evitarla, la sofferenza che la vita riserva a tutti noi, insegnandoci a non procurarci ulteriore dolore attraverso la negazione e l’evitamento. Solo così potremo imparare dalle nostre esperienze e usare questa conoscenza per affrontare i dolori (ma anche le gioie) che la vita ci riserva.

Fonti www.goodtherapy.org

                                                                                                                                                                                        

La psicoterapia basata su Mindfulness e Acceptance and Commitment Therapy è uno strumento fondamentale per apprendere un modo alternativo di gestire ansia e depressione. Se hai una domanda o un dubbio o vuoi un’informazione puoi utilizzare il form presente in fondo alla pagina.

Dott.ssa Carlotta Cristiani psicologa psicoterapeuta cognitivo comportamentale di terza generazione (psicoterapia basata sulla Mindfulness e Acceptance and Commitment Therapy) a Bologna. Sostegno psicologico e percorsi di psicoterapia individuale finalizzati alla gestione di ansia e depressione.

                                                                                                                                                                                                    

         


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